Enzo Varricchio
articolo pubblicato su Medioevo settembre 2001
edizioni De Agostini-Rizzoli

 

Il giallo dei due corpi di San Nicola: un’antica disputa tra Bari e Venezia

La vera storia dell’antenato di Babbo Natale

Babbo Natale era un santo orientale
Non tutti sanno che Babbo Natale, il più noto simbolo del consumismo contemporaneo, ha un gemello, o meglio, un antenato. Anche se oggigiorno le zone di maggior diffusione del mito di Father Christmas sono il Nordamerica e la Lapponia, paese nel quale è popolarissimo col nome di Joulupukki, prima di diventare il simpatico omaccione dalla barba canuta e con la giubba rossa che porta doni ai bambini, Babbo Natale era stato un santo orientale, vissuto tra il III e il IV secolo: San Nicola, la cui festa calendariale ricorre il giorno 6 del mese di dicembre. La trasformazione del santo dicembrino in icona pubblicitaria avvenne negli anni ’30 per effetto di una grande campagna organizzata della Coca Cola, che rielaborò una delle più antiche figure-simbolo della tradizione natalizia occidentale, San Nicola appunto, per farne il testimonial della propria bibita. Fu l’artista Haddon H. Sundblom a ridisegnare le vesti del santo per adeguarle ai gusti moderni ma, a ben guardare, tra l’immagine di Babbo Natale e quella del suo alter ego San Nicola sussistono ancora somiglianze estetiche e mitopoietiche. Entrambe le figure appartengono alla categoria leggendaria dei dona ferentes tipici del periodo invernale (San Martino, Santa Lucia, I Magi, la Befana, etc.) e sono in stretto rapporto col mondo dell’infanzia.
Mentre però di Babbo Natale si conosce tutto (o quasi), non altrettanto si può dire per il santo, sul quale le notizie storiche sono scarne ed incerte. Si narra che sia nato a Patara in Licia, nell’odierna Turchia, ove visse in un arco di tempo presumibilmente compreso tra il 250 e il 350 d.C. Parlava la lingua greca perché la sua terra ricadeva sotto il dominio bizantino. Fu vescovo della città di Myra e pare che abbia partecipato al Concilio di Nicea del 325, combattendo l’eresia ariana. Dopo la morte, fu sepolto in una chiesa della sua diocesi e il corpo prese a stillare un liquido taumaturgico, detto “manna”. La tomba divenne meta di intensi pellegrinaggi e i racconti dei miracoli che i pellegrini ottenevano determinarono la formazione sul suo conto di un corpus leggendario piuttosto nutrito e diffuso. Ma il santo avrebbe vissuto la vera “epopea” solo diversi secoli più tardi, grazie all’avventurosa traslazione delle sue ossa in Italia, nella città di Bari.

Una missione segreta
Nel 1071 la Licia venne invasa dai turchi selgiudichi e pochi preti greco-bizantini rimasero a custodire la tomba del vescovo di Myra. Si era al principio del cosiddetto “basso Medioevo”. Le città marinare più potenti erano ansiose di legittimare il loro ruolo politico ed economico attraverso simboli spirituali importanti. Nel 1087, dieci anni prima dell’inizio delle Crociate, nella Bari occupata dai nuovi signori normanni, uno sparuto drappello di arditi decise di intraprendere una missione segreta e molto rischiosa: recuperare le reliquie di San Nicola e portarle sul suolo cristiano. Questi i fatti della traslazione, descritti da diverse cronache dell’epoca: tra febbraio e marzo, dalla città pugliese salpano tre caracche (antiche imbarcazioni monoalbero a vela), con a bordo un gruppo di una sessantina di uomini, per quello che avrebbe dovuto essere, almeno in apparenza, un normale viaggio commerciale, organizzato dall’agiato mercante Curcorio. Dapprima approdano al porto di Antiochia, ove apprendono che anche i veneziani sono pronti a tentare l’impresa di trafugare le spoglie del santo. Udita tale notizia, i baresi accelerano i propri piani e partono alla volta di Myra. Sbarcati al vicino porto di Andriake, circondano la chiesa mirese e assalgono i cenobiti custodi delle reliquie, costringendoli a svelare la sede della tomba, di cui sfondano con un maglio la pietra protettiva. Uno di essi, il marinaio Matteo, senza neppure togliersi i calzari, si cala nel sacello immergendosi nella manna sino alle ginocchia, e preleva lo scheletro e il teschio del mirablita (effusore di myron = manna. N.d.A.) che passa ai compagni, pronti a deporre il sacro corpo in una botticella. I baresi fuggono verso i lievi vascelli, inseguiti dai cittadini di Myra, tardivamente informati dell’accaduto. Dopo una navigazione piuttosto turbolenta, durata una ventina di giorni, il 9 maggio le tre navicelle avvistano la costa pugliese. Da quel momento si comprende chiaramente che la spedizione, al di là dei fini spirituali, aveva avuto soprattutto scopi politico-economici. L’impresa della traslazione del famoso santo di Licia, adeguatamente propagandata, con il cospicuo moto di pellegrinaggio che ne sarebbe scaturito, avrebbe reso Bari una delle città più blasonate del Mediterraneo.

Un ottimo business
Dopo lo sbarco delle reliquie, si scatenò una violenta controversia tra i baresi per decidere sulla loro collocazione. Si disputava tra la costruzione di una nuova chiesa, in cui deporre il corpo miracoloso, e la sistemazione nella cattedrale, già consacrata ad un santo di secondo piano, San Sabino. In realtà, lo scontro era tra il ceto nobiliare ed ecclesiastico, sino ad allora al potere, e le nuove classi mercantili emergenti. Tutti comprendevano che l’arrivo delle spoglie sarebbe stato per Bari un ottimo affare e aggiudicarsi la vittoria in quella tenzone significava ipotecare il controllo della città. Alla fine, prevalse la tesi che voleva fosse costruita una chiesa ad hoc. In seguito, laddove sorgeva l’antica dimora del governatore bizantino fu edificata la cripta, entro il cui altare nel 1089 papa Urbano II ripose le reliquie. Negli anni successivi, si terminò la costruzione della basilica superiore, capolavoro del romanico pugliese, poi definitivamente consacrata nel 1197 da Corrado di Hildesheim, cancelliere dell’imperatore Enrico IV.
San Nicola non deluse le aspettative: riposte le reliquie, la manna riprese a sgorgare e il santo continuò a fare miracoli e a procurare fortune, attirando pellegrini e visitatori da ogni parte del mondo. Venne istituita la festa della traslazione, che tuttora si svolge nel mese di maggio con un calendario fitto di celebrazioni e tradizioni folkloristiche. Bari divenne “capoluogo” e centro di importanti eventi: dal suo borgo partì la predicazione di Pier l’Eremita (Pietro Romito Franzese) in favore di una grande Crociata per la riconquista della Terra Santa. Nel 1097 cavalieri ed eserciti, pronti a salpare per l’Oriente islamizzato, si fermarono in Basilica per onorare il santo. Nel 1098, nella cripta nicolaiana si tenne l’importante Concilio, che vide la partecipazione dei migliori ingegni dell’epoca (tra cui il famoso teologo Sant’Anselmo d’Aosta) e che sancì la definitiva scissione tra la chiesa ortodossa e quella cattolica.
Da allora, la città giunse progressivamente ad identificarsi con il suo patrono e ad essere conosciuta nel mondo grazie alla diffusione eccezionale del suo culto, praticato persino in ambito Protestante e non Cristiano. Si pensi che un paio d’anni fa la Turchia, seppur motivata più dalla notorietà commerciale di Babbo Natale che dalla santità del taumaturgo, ha chiesto la restituzione delle reliquie “rubate”. L’effetto San Nicola è durato nei secoli e ancor oggi la basilica nicolaiana, luogo di incontro ecumenico e proclamata stazione giubilare, gode dei suoi benefici influssi, anche sotto il profilo turistico-economico. Financo il primato del più recente Babbo Natale sul “vecchio” San Nicola sembra oggi esser rimesso in gioco, in un’atmosfera di recupero del patrimonio di tradizioni per tanto tempo obliato.
Tutto sarebbe a posto e perfettamente spiegato storicamente ma le mie ricerche mi hanno spinto a dubitare di talune convinzioni consolidate.

I rapporti tra Bari e Venezia
Le vicende della traslazione a Bari suscitarono viva eco nei contemporanei e contribuirono ad accrescere la fama del santo di Licia anche nel mondo slavo e in Europa settentrionale. In tutto il Veneto e a Venezia il culto del taumaturgo di Licia (lì chiamato Nicolò o, più affettuosamente, Nicoleto) era diffuso da secoli. Oltre alla chiesa del Lido (fondata nel 1053), v’era la chiesa di San Nicolò dei Mendicoli, risalente (secondo alcuni studiosi) al VII secolo, che godeva di speciali guarentigie. Il volto austero del vescovo Nicola, soggetto prescelto da molti grandi pittori veneti, si staglia sul fondale dorato del catino absidale della basilica di San Marco. Nei pressi della città lagunare v’è addirittura un paesino chiamato Mira, il cui santo patrono è Nicola, al quale è pure dedicata la chiesa principale.
Va detto che, pur nella naturale competizione tra i porti adriatici, e a parte l’episodio della traslazione, la storia dei rapporti tra Bari e Venezia è sempre stata improntata a cordialità ed amicizia, sin dal lontano 1002, allorquando la flotta della Serenissima intervenne a salvare il capoluogo pugliese dall’attacco saraceno. Ad imperitura memoria di quel salvataggio, fu fatta erigere la chiesa di San Marco nel borgo antico barese e, nel 1906 le due città convennero di intitolarsi reciprocamente delle strade. La via delle antiche mura baresi prese il nome della città lagunare e quest’ultima dedicò alla “consorella” adriatica le fondamenta vicino alla chiesa di San Niccolò dei Mendicoli. Il giorno dell’Ascensione, nelle due città si istituì una festa parallela: la “Sensa” a Venezia, con la cerimonia del lancio dell’anello ducale nel mare dinanzi alla chiesa di San Nicolò del Lido, e la “Vidua-Vidue” a Bari.
Nonostante tale antica amicizia, rinsaldata dalla comune devozione per il santo di Myra, sussiste da secoli una singolare disputa tra le due città marinare, fondata proprio sul possesso delle spoglie di San Nicola.

La seconda traslazione
Le vicende relative ad una seconda traslazione del corpo, questa volta proprio a Venezia, sono meno note ai più. Evidentemente, tra i veneziani v’era qualcuno convinto che i baresi avessero, per così dire, fatto i furbi, e che credeva non ancora del tutto chiusa la partita delle reliquie.
Infatti, in un documento storico da me esaminato, precisamente un manoscritto di un anonimo autore, monaco benedettino, custodito nella Biblioteca Marciana di Venezia e databile ai primi del XII secolo, si narra una storia in tutto simile a quella del trasferimento a Bari delle spoglie. L’anonimo racconta che, tra il 1099 ed il 1101, la flotta veneziana, partita dalla chiesa di San Nicolò del Lido ed impegnata nelle operazioni della prima Crociata, giunse a Myra. Forse si vociferava di un errore in cui sarebbero incorsi i baresi nel recupero delle spoglie. In ogni caso, i veneziani si appropriarono dei resti mortali di tre santi, tra cui (sempre a detta del monaco benedettino) San Nicola Magno. Il rientro in patria delle navi fu segnato da clamori, tripudi e conflitti, come nel 1087 a Bari. Le ossa furono racchiuse nell’altare della rinnovata chiesa lidense, già intitolata al santo.
Probabilmente Venezia e Bari, contendendosi il possesso del sacro corpo, in realtà ebbero un fine laico e politico: affermare il proprio prestigio sull’Adriatico, lungo le cui rotte si veicolavano all’epoca armi, soldati, merci e ricchezze. D’altra parte a quell’epoca non si contano i viaggi miracolosi e gli episodi di moltiplicazione di una stessa reliquia. Inoltre, il manoscritto dell’anonimo monaco benedettino, pur autentico nella stesura, sembrerebbe un tentativo di manipolazione storica, abilmente ordito dal ducato veneziano, per affiancare a San Marco l’altrettanto celebre San Nicola (che divenne copatrono della città lagunare). Sta di fatto che due corpi sono troppi anche per un santo e il mistero della doppia traslazione non ha cessato di incuriosire gli studiosi.

Due corpi sono troppi anche per un santo
Il clero veneziano, nel corso del tempo dispose numerose verifiche sulla natura e integrità delle spoglie, mettendo i reperti a disposizione degli studiosi. Al contrario, i baresi si rifiutarono sempre di aprire l’urna contenente i resti mortali del santo. Altre città, come Benevento, Genova e Friburgo, cominciarono a vantarsi di tenere presso di sé il vero corpo di San Nicola o parte di esso. Tanté, forse proprio allo scopo di smentire i dubbi e sedare le voci sulla pluralità di reliquie, nel 1953 nella città pugliese si decise una ricognizione delle ossa. Fu nominato un autorevole perito, l’anatomo patologo prof. Luigi Martino dell’Università di Bari. Questi ebbe a disposizione una notte all’interno della cripta per analizzare i reperti col solo ausilio della propria abilità ed esperienza. Non disponendo di alcuno dei sofisticati mezzi di indagine impiegati nella moderna ricerca scientifica, giunse a delle conclusioni estremamente generiche e aperte a successive revisioni, tuttavia sufficienti a sedare momentaneamente l’antica disputa tra Bari e Venezia. Nel frattempo il Concilio Vaticano II, alla fine degli anni ’60, nonostante la grande popolarità internazionale del santo, dovette condividere le perplessità circa l’autenticità delle spoglie e decretò la soppressione del suo culto obbligatorio, degradandone a meramente facoltativa la memoria dei fedeli.
Nel 1992, trentanove anni dopo la ricognizione barese, anche i veneziani vollero “certificare” le proprie ossa e decisero di affidare l’incarico dell’ispezione proprio allo stesso perito che l’aveva eseguita a Bari (un caso?). Anche stavolta l’esame dello scheletro fu condotto con mezzi di fortuna e senza l’ausilio delle tecnologie avanzate disponibili, tra cui il riscontro al radio carbonio 14. Nel corso della ricognizione veneziana, l’illustre cattedratico giunse a sostenere una tesi conciliativa: entrambe le città avrebbero ragione nel sostenere il loro primato, in quanto possiederebbero ciascuna circa la metà del corpo del taumaturgo. Il prof. Martino andò oltre le sue competenze di medico improvvisandosi storico e ricostruendo la vicenda sulla base delle fonti: il marinaio Matteo nel calarsi maldestramente nella tomba di Myra avrebbe provocato una sorta di esplosione in mille pezzi dello scheletro. Nella concitazione seguita all’accaduto, i baresi avrebbero recuperato il cranio e le ossa più grandi, lasciando alcune parti minute dello scheletro, che in seguito sarebbero state trafugate dai veneziani.

Il mistero rimane
Il prof. Luigi Martino è scomparso alcuni mesi orsono. Nel corso degli ultimi anni l’avevo incontrato più volte per dialogare circa le sue teorie sulla natura delle reliquie. Ho sempre avuto la netta sensazione di trovarmi di fronte ad un grande appassionato del mitema nicolaiano e ad uno scienziato assolutamente serio e sincero. Di certo, vista l’esperienza e l’attendibilità del perito, alcune delle ossa di Venezia devono appartenere allo stesso individuo il cui cranio è conservato e venerato a Bari. Non si può invece esser sicuri che le reliquie baresi e veneziane siano resti mortali di un uomo vissuto tra il III e il IV secolo col nome di Nicola di Myra. Anche perchè in quella zona della Licia operarono, nei primi secoli del Cristianesimo, altri personaggi noti all’agiografia, tra cui un San Nicola sionita, cui dovrebbe attribuirsi la maggior parte dei miracoli assegnati al Nicola di Myra e Bari. Nella chiesetta turca erano sepolti i cadaveri di molti santi e uomini illustri e non è detto che i monaci custodi abbiano effettivamente rivelato il luogo esatto di collocazione delle spoglie del loro nume tutelare più famoso. Non a caso, nel Museo Civico di Antalya (Turchia) viene tuttora esposto il corpo di quello che si dice essere il vero San Nicola. Occorre, inoltre, rammentare che la chiesa di Myra, costruita da Teodosio II (408-450) ha subito notevoli razzie e distruzioni: è crollata a causa del terremoto del 529, ed è stata razziata dagli Arabi nell’ottavo secolo e nel 1034.
Per giunta, il sarcofago infranto che viene esibito a Myra non è certamente quello in cui riposavano le ossa di Nicola quando giunsero i trafugatori baresi.
Per cui si potrebbe giungere alla paradossale conclusione che nessuna città possa con legittima certezza asserire di essere l’unica depositaria del significato simbolico della presenza sul proprio suolo dei resti mortali del “santo di tutti i popoli e continenti”. Infatti, è verosimile ritenere che già dal VII secolo, ben prima delle “traslazioni”, le ossa siano state distrutte o trasferite in altra sede.
Va detto che mentre a venezia il culto di San Nicola appare assai affievolito, a Bari è più vivo e intenso che mai, con tutto il suo corollario di positive ricadute materiali. E’ possibile che proprio per evitare di perdere i benefici connessi alla presenza del sepolcro del taumaturgo non si sia mai proceduto ad un esame ai raggi infrarossi o al carbonio radioattivo.
La controversa storia dell’avo di Babbo Natale non cessa di stupire e, da ultimo, mi è occorso di rinvenire un passo dello storiografo bizantino Theophanes in cui si narra che nell’anno 808 il famoso condottiero arabo Harun al-Rashid avrebbe tentato di rubare la salma del santo, accorgendosi in seguito di aver preso per errore le ossa sbagliate. A quanto pare, la storia si ripete in modo singolare. E conferma che le ossa erano assai appetibili sin dal IX secolo, figurarsi in seguito quando il culto si diffuse ovunque. Quindi anche per i selgiuchidi che strapparono ai bizantini la zona di Myra nel 1071 e che occupavano la zona anche all’epoca della traslazione barese.
Forse nessuno potrà mai asserire con certezza quale sia e dove sia il vero corpo né tali dubbi potranno influire sulla grande devozione popolare tributata al santo, che d’altro canto non si è attenuata neppure con la degradazione operata dalla chiesa cattolica. A distanza di tanti secoli, l’indagine storica, per quanto accurata, non può che accontentarsi di un ragionevole probabilismo, che spinge a ritenere tuttora abbastanza preferibile l’ipotesi che il corpo di San Nicola/Babbo Natale, ammesso che sia mai esistito storicamente, riposi nella città di Bari.
La ricerca continua.
Enzo Varricchio

 

Il santo di tutte le genti
San Nicola è patrono della Russia, della Grecia, della Serbia, della Lorena, delle città di New York, di Bari, di Venezia e di molte altre località; lo era di Istanbul (antica Bisanzio-Costantinopoli) e di Amsterdam (prima della Riforma protestante). Senza considerare l’Italia, paese in cui il suo culto è diffusissimo, gli sono dedicate 222 chiese negli Stati Uniti, 15 in Canada, 65 in Grecia, 149 in Russia, 144 in Polonia, 160 in Inghilterra, 35 in Olanda e 447 in Germania, molte altre in Spagna e Portogallo. Il santo è famoso come protettore dei bambini, delle fanciulle in cerca di marito, della gente di mare, degli studenti, dei militari, dei carcerati e, persino, dei fabbricanti di fuochi d’artificio.
Gli episodi miracolosi più noti sono: il salvataggio dei generali condannati ingiustamente dall’imperatore Costantino; la dote alle fanciulle povere; la moltiplicazione del grano; la resurrezione dei tre bimbi tagliati a pezzi da un oste malvagio. Migliaia di artisti, tra cui Giotto, Raffaello e Tiziano, hanno raffigurato la sua immagine. Quasi sempre è rappresentato con alcuni oggetti simbolici: l’evangelario, il pastorale e la mitra ma, soprattutto, le tre sfere dorate nella mano. Si tratta delle borse di danaro che il santo donò a tre fanciulle bisognose e che in passato comparivano sulle porte dei banchi di pegno. L’odierna “Borsa” trae il nome proprio da questa antica leggenda.

 

 

Bibliografia essenziale:
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Perotti Armando: “Puglia e Venezia - Tra mito e storia”, a cura di A.A.V.V., ed. ECL, Bari, 1973;
Martino Luigi: “Le reliquie di San Nicola”, ed. C.S.N., 1987;
Corner Flaminio: “Ecclesiae Venetae,...”, Venezia 1749;
Campana Carlo: “La tradizione veneziana della translatio...”, Venezia, d.n.p.;
Pertusi Agostino: “La contesa per le reliquie di San Nicola tra Bari, Venezia e Genova”, in Saggi Veneto Bizantini, ed. Olschki, Firenze, 1990;
Cioffari Gerardo: “San Nicola nella critica storica”, ed. C.S.N., Bari, 1988;
Paludet Luciano: “Ricognizione delle reliquie di S. Nicolò”, ed. L.I.E.F., Vicenza, 1994;
Varricchio Enzo: “Nicola e il suo doppio”, ed. Dal Sud, Bari, 1996;
Varricchio Enzo: “Il mistero dei doni: la storia incognita dei Magi, della Befana, di San Nicola...”, ed. Barisera, 1997.

 


 

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